Si chiama pica: il gatto cerca, lecca o ingoia cose non commestibili come lana, plastica e fili. Un episodio isolato può essere gioco, ma se si ripete va preso sul serio: metti in sicurezza la casa e parlane con il veterinario, soprattutto se compaiono vomito o inappetenza.
Cos’è la pica (e come si distingue dal gioco normale)
La pica è l’ingestione ripetuta di cose che non sono cibo: il confine con il gioco normale sta nella ripetitività e nell’ingoio. Il gattino che mordicchia e sputa sta esplorando; il gatto che cerca sempre lo stesso materiale, lo mastica con foga e lo manda giù sta facendo un’altra cosa.
In letteratura la definizione è asciutta: Demontigny-Bédard e colleghi, sul Journal of Feline Medicine and Surgery nel 2016, descrivono la pica come «ingestione di sostanze non nutritive». Da lì, tre criteri pratici. Conta l’ingestione vera, non l’assaggio curioso. Conta la ripetizione: un gatto che una volta strappa un angolo di cartone e lo lascia lì sta facendo il gatto. E conta la ricerca attiva: il gatto con pica non inciampa nel materiale, lo va a trovare — apre cassetti, scava nelle borse, sa in quale armadio dorme il maglione buono.
Anche il cane può fare la stessa cosa, con bersagli diversi: il confronto con la pica nel cane, tra sassi, terra e plastica aiuta a capire cosa accomuna i due fenomeni e cosa è tipicamente felino.
Il segnale più utile da osservare è la costanza del bersaglio. Succhiare un tessuto senza danneggiarlo, bucarlo e ingoiarne pezzi sono gradini diversi dello stesso comportamento. Quando trovi buchi regolari o pezzi mancanti, non è più esplorazione: è un’abitudine strutturata, che merita attenzione anche se il gatto sembra stare benissimo.
Quali materiali cerca un gatto con la pica?
I bersagli più comuni sono lacci e fili, plastica, tessuti, gomma, carta e cartone: lo ha fotografato uno studio su 91 gatti con pica, e la classifica sorprende chi si aspetta la lana in testa. Molti gatti sono selettivi: un solo materiale, cercato ovunque, ignorando tutto il resto.
Nello studio caso-controllo di Demontigny-Bédard e colleghi (Journal of Feline Medicine and Surgery, 2016), l’ingestione riguardava più spesso «lacci o fili», seguiti da plastica, tessuti, gomma, carta o cartone e legno. Nella masticazione senza ingestione guidava invece la plastica: dettaglio pratico, perché chi oggi «si limita» a masticare domani può iniziare a ingoiare.
Nella lista compaiono anche elastici, nastri, spago, sacchetti e fili elettrici. Non serve memorizzarla: serve conoscere il bersaglio del tuo gatto, spesso precisissimo — solo quella plastica morbida, solo gli angoli delle scatole. Annotare cosa sparisce e quando è già un’informazione utile per il veterinario.
Wool sucking: perché proprio la lana (e perché Siamesi e Birmani)
Il wool sucking è la forma più nota: il gatto succhia, lecca e mordicchia la lana — poi spesso anche cotone e sintetici — a volte impastando con le zampe, come un gattino alla mammella. Colpisce soprattutto Siamesi e Birmani, e la spiegazione più solida è una predisposizione di razza.
Il nome si traduce alla lettera: «succhiare la lana». La scena è inconfondibile: il gatto si accoccola su maglione, coperta o calzino, succhia con ritmo regolare, facendo le fusa e impastando, a volte fino ad addormentarsi con il tessuto in bocca. In alcuni resta un rituale di conforto; in altri progredisce: dal succhiare ai buchi, dai buchi all’ingestione di pezzi interi.
La predisposizione delle razze orientali è il dato più ripetuto in letteratura. Il Cornell Feline Health Center della Cornell University osserva che il comportamento «si osserva più comunemente nei gatti Birmani e Siamesi, il che suggerisce una predisposizione genetica». Bradshaw, Neville e Sawyer, in un’indagine su 152 gatti pubblicata su Applied Animal Behaviour Science nel 1997, trovarono una popolazione quasi tutta orientale, con la lana come materiale più frequente; Borns-Weil e colleghi (Journal of Veterinary Behavior, 2015) hanno dedicato uno studio caso-controllo a 204 Siamesi e Birmani proprio per misurare questa concentrazione.
Attenzione però a non trasformare la razza in una sentenza o in un alibi: anche i comuni gatti domestici possono sviluppare pica su plastica, cartone o fili, e un Siamese che succhia una coperta non è «condannato», solo un gatto da osservare con un occhio in più. Un dato del 2016 lega i pezzi del puzzle: succhiare e ingoiare i tessuti sono comportamenti associati in modo significativo, quindi chi succhia ha più probabilità di arrivare a mangiarli. Non è un motivo di ansia, ma lo è per non archiviare il wool sucking come «vezzo tenero e basta».
Perché succede? Le cause possibili, senza scorciatoie
Non esiste una causa unica dimostrata: le ipotesi sul tavolo sono predisposizione, svezzamento precoce, noia e stress, e condizioni mediche ancora da escludere. Proprio per questo la prima mossa non è interpretare, ma far visitare il gatto: alcune cause si vedono solo con esami e visita accurata.
Lo svezzamento precoce è l’ipotesi più citata per il wool sucking: un gattino separato troppo presto dalla madre conserverebbe più a lungo il riflesso di suzione, spostandolo sui tessuti. Le prove, però, sono contrastanti: Borns-Weil e colleghi (2015) hanno trovato un’associazione nei Birmani, ma non come regola generale; Demontigny-Bédard e colleghi (2016) non ne hanno trovata alcuna nel loro campione. Può contare in alcuni gatti, non è la spiegazione universale — e non è una colpa da assegnare a chi ha adottato un gattino piccolo.
Noia, stress e cambiamenti. Ambiente povero di stimoli, routine stravolta, trasloco, nuovo arrivo in casa: fattori che possono innescare o peggiorare comportamenti ripetitivi, e in questa cornice la pica viene spesso descritta. Anche qui lo studio del 2016 non ha trovato differenze nette di arricchimento tra gatti con e senza pica: resta un’ipotesi ragionevole su cui lavorare, non una diagnosi già fatta.
Le cause mediche da escludere. Parte da non saltare mai: problemi ai denti e alla bocca, disturbi gastrointestinali, eventuali carenze o squilibri nutrizionali e altre condizioni mediche possono stare dietro a un’ingestione anomala, e solo il veterinario può cercarli. La pista gastrointestinale non è campata in aria: in uno studio pilota dello stesso gruppo (Demontigny-Bédard e colleghi, Canadian Veterinary Journal, 2019), otto gatti con ingestione cronica di tessuti hanno avuto una valutazione medica completa e nella maggior parte sono emerse anomalie di stomaco o intestino. Otto gatti sono pochi per conclusioni definitive, ma bastano per ricordare che «è solo un vizio» si dice dopo la visita, non prima.
I rischi veri: ostruzione e corpi lineari
Il rischio principale è che ciò che viene ingoiato si fermi dove non deve: un’ostruzione intestinale è un’emergenza, e fili e nastri sono i più pericolosi di tutti. Vomito ripetuto, inappetenza, letargia e niente feci dopo un’ingestione sospetta significano una cosa sola: veterinario subito, senza aspettare domani.
Un pezzo di plastica o di tessuto può transitare senza conseguenze — ecco perché tanti episodi si chiudono da soli. Ma può anche fermarsi in stomaco o intestino e bloccare il passaggio, e a quel punto aspettare non risolve nulla. I campanelli da conoscere a memoria sono pochi: vomito ripetuto, rifiuto del cibo, letargia insolita, addome dolente o teso, assenza di feci nonostante i tentativi in lettiera. Per approfondire quando il vomito felino cambia significato, vedi gatto che vomita: quando è normale e quando no.
Fili, spago, nastri ed elastici meritano un discorso a parte: i veterinari li chiamano corpi estranei lineari. Un’estremità può restare ancorata — alla base della lingua o nello stomaco — mentre il resto avanza; l’intestino si contrae per spingerlo, si raccoglie su se stesso come stoffa infilata su un filo e, nei casi peggiori, il filo teso può lacerare la parete. Due regole senza eccezioni: se un filo sporge da bocca o ano, non tirarlo mai, perché potresti peggiorare un danno interno invisibile; e un filo ingoiato, anche con gatto tranquillo, è motivo per chiamare subito il veterinario, non per «vedere come va».
Altri rischi, meno drammatici ma reali: soffocamento, lesioni a denti e gengive su materiali duri, oggetti mai pensati per essere masticati, dai fili elettrici ai materiali trattati. La posta in gioco non è il maglione, ma l’intestino del gatto.
Cosa fare in casa, da oggi
In pratica: togli dalla portata del gatto ciò che cerca, offrigli alternative sicure da mordicchiare, rendi le giornate meno vuote e non punirlo mai. La punizione non spegne la pica, aggiunge solo stress a un comportamento che spesso nasce già da tensione o da un bisogno che non capiamo.
Mettere in sicurezza viene prima di tutto. Lacci in un cassetto, elastici e nastri in scatole chiuse, sacchetti fuori portata, fili e spago mai lasciati in giro, coperte e maglioni «bersaglio» dove il gatto non arriva. Non è una battaglia di volontà: è gestione dell’ambiente, la misura col miglior rapporto tra fatica e risultato. E se un oggetto manca e sospetti l’ingestione, telefona senza aspettare i sintomi.
Offrire alternative sicure da mordicchiare. L’impulso a usare la bocca non si cancella, si indirizza: giochi robusti da masticare, a rotazione e sotto supervisione, ed erba gatta e giochi al catnip per chi cerca stimoli orali più «verdi». Regola unica: un’alternativa da cui il gatto strappa e ingoia pezzi non è più sicura e va ritirata.
Arricchire le giornate. Gioco interattivo breve ma quotidiano, punti di osservazione in alto, nascondigli e tiragraffi rompono la monotonia che può alimentare i comportamenti ripetitivi. Spunti concreti li trovi tra i giochi interattivi per il gatto in appartamento: non «curano» la pica da soli, ma un gatto che ha speso energie in gioco ha meno ore vuote da riempire con la coperta.
Mai punire, mai rincorrere gridando. Sgridate e spruzzi d’acqua non insegnano a smettere: insegnano a farlo quando non guardi, e aggiungono stress. Se lo cogli sul fatto, interrompi con calma, allontana l’oggetto e proponi l’alternativa. Noioso, ma nel lungo periodo funziona più di qualsiasi rimprovero.
Quando basta osservare e quando serve aiuto
Puoi osservare solo un episodio isolato in un gatto che sta bene, mangia e usa la lettiera come sempre. Serve il veterinario se il comportamento si ripete, se manca un oggetto pericoloso o se compaiono sintomi; serve anche un comportamentalista quando, escluse le cause mediche, l’abitudine resta compulsiva.
Osservare (con gli occhi aperti) basta quando: è successo una volta sola, il materiale era a basso rischio e il gatto mangia, gioca e produce feci normalmente. Osservare non è dimenticare: annota l’episodio, metti in sicurezza l’oggetto e controlla le 24–48 ore successive. Se resta unico, era probabilmente esplorazione.
Il veterinario serve quando: il comportamento si ripete; spariscono lacci, fili, elastici o pezzi di tessuto; il gatto vomita più del solito — nello studio del 2016 i gatti con pica vomitavano significativamente più spesso dei controlli, associazione che non dimostra causa ed effetto ma rende il vomito un segnale da non sprecare — oppure compaiono inappetenza, letargia o cambiamenti netti. Porta le tue annotazioni: materiali, frequenza, età di esordio, cambiamenti in casa. Sono le informazioni che aiutano a distinguere pista medica e pista comportamentale.
Il veterinario subito, senza aspettare, serve quando: c’è un filo ingoiato o visibile, vomito ripetuto, rifiuto del cibo, letargia marcata, addome dolente o niente feci. Qui non è più osservazione: è l’urgenza descritta sopra.
Il comportamentalista entra in gioco dopo. Se visita ed esami escludono cause mediche e il comportamento resta frequente e difficile da interrompere — il gatto «in trance» sul tessuto, che si irrita se lo distogli — un veterinario comportamentalista può costruire un piano su misura. L’ordine conta: prima il corpo, poi il comportamento, per non trattare come «vizio» il sintomo di un problema fisico.
In sintesi, la pica non è un gatto «dispettoso»: è un comportamento con radici diverse — predisposizione, storia precoce, ambiente, a volte salute — e un rischio concreto quando c’è ingestione. La parte più importante del lavoro è alla portata di chi vive con lui: casa in sicurezza, osservazione senza minimizzare, annotazioni e aiuto al momento giusto. Il maglione bucato, a quel punto, torna a essere solo un maglione bucato.
Domande frequenti
Le domande che tornano più spesso sono quattro: se la pica passi da sola, se dipenda da una carenza e cosa fare nell’immediato quando manca un filo. Le risposte brevi sono qui sotto; il filo conduttore è uno solo: osserva con onestà, e al primo dubbio chiedi al veterinario.
La pica passa da sola quando il gatto cresce?
A volte sì, soprattutto nei gattini: succhiare e mordicchiare tessuti nei primi mesi è spesso un residuo infantile che si attenua crescendo. Se però persiste da adulto, si intensifica o passa all’ingestione, non è più una fase da archiviare: merita una visita.
Dipende da una carenza nella dieta?
È un’ipotesi diffusa, ma nessuna carenza specifica è stata dimostrata come causa generale della pica felina: la letteratura stessa precisa che una carenza nutrizionale chiara non è mai stata documentata in modo definitivo. Squilibri alimentari restano da escludere con il veterinario, ma cambiare dieta o aggiungere integratori senza una valutazione non è una scorciatoia sicura.
Il mio gatto ha ingoiato un filo: cosa faccio subito?
Non tirare il filo se sporge da bocca o ano, non aspettare che «passi da solo»: chiama subito il veterinario o una clinica di urgenza, anche se il gatto sembra bene. I corpi lineari possono fare danni prima dei sintomi, e la tempestività cambia l’esito. Tieni il gatto tranquillo e segui le indicazioni telefoniche.
Se succhia solo la coperta senza ingoiarla, devo preoccuparmi?
Preoccuparsi no, osservarlo sì. Senza ingestione il rischio è molto minore, ma succhiare e ingoiare sono comportamenti associati e in alcuni gatti il primo precede il secondo. Controlla che coperta e maglioni non abbiano buchi o pezzi mancanti, offri alternative e parlane alla prossima visita.



